"So Alone": a dieci anni dalla morte di Johnny Thunders

Johnny Thunders Il 23 aprile scorso è stato il decimo anniversario della morte di Johnny Thunders, al secolo Johnny Genzale, dapprima giovane promessa del baseball, poi chitarrista delle New York Dolls, degli Heartbreakers, dei Gang War e infine cane sciolto perso a inseguire la pista di una carriera solista piena di alti e bassi. Abbiamo affidato il suo ricordo alle memorie di chi lo ha conosciuto direttamente (Elliott Mattice, disegnatore statunitense che ha realizzato la copertina per il 7" dei Reverends) e l'inossidabile Reverendo Andrea Valentini, che sulle sporche note del nostro ha formato la sua coscienza punk-rock.

"You can't put your arms around a memory"
Dodici birre a sera, quattro pacchetti di sigarette Dunhill al mentolo ogni sera della settimana. Trecentosessantacinque giorni l'anno, molte persone non possono neanche immaginare che cosa possano causare ad una persona, soprattutto nella parte del cervello che riguarda la memoria. Con questa premessa inizio il mio nebbioso discorso sull'ultimo Johnny Thunders. Non mi ricordo l'anno esatto, di sicuro durante gli ottanta, quando era ancora in giro a suonare. Avevamo diverse cose in comune, anche se non lo sapevamo e probabilmente non ci fregava molto di saperlo: le nostre dipendenze (la sua dall'eroina, la mia dall'alcool), stesso look (vestiti con ogni cosa di colore nero e sporca, stessi capelli spettinati da gallina morta, uno stile che aderiva pienamente al rock'n roll e che allo stesso tempo era facile da gestire per un tossicodipendente) ed io ho avuto il piacere di vederlo suonare la sua musica.
La prima volta fu al "Jabberwocky" club di Syracuse. Un locale gestito da universitari famoso per i suoi drink potenti e la sua musica (anche James Brown ha suonato lì prima che chiudesse). Mi ricordo di aver invitato una collega a vedere lo show. "Era nei New York Dolls", le dissi cercando di convicerla a venire. Lei era una hippy originale, ma credevo che si sarebbe anche alle cose nuove. Il club era affollato e la band che aprì lo show suonò un set più che decente. Arrivò anche la mia collega, ci salutammo e cominciammo a bere. Ad un certo punto vidi entrare Johnny. Due "roadie" lo trasportavano come fosse un gatto rilassato, tenendolo per le ascelle e per le ginocchia. Sentii dire che si era fatto una pera nei camerini. Rimase fermo vicino al palco, dove l'altra band stava ancora suonando. Passò neanche un minuto e Johnny salì sul palco. Prima sputò addosso al cantante e il gruppo continuò a suonare come se nulla fosse. Poi salì su un piedistallo proprio dietro la batteria, si tirò giù la zip dei pantaloni e cominciò a simulare una masturbazione, continuando allo stesso tempo a sputare su tutti i membri della band. Poi spinse da parte il cantante e gli rubò il microfono cominciando ad urlare "Louie-Louie... woah!", mentre il gruppo cercava di finire la sua canzone. Finito il concerto chiesi ad uno dei ragazzi del gruppo spalla se era incazzato per quello che aveva fatto Johnny. "Scherzi? Quello è Johnny Thunders!!! Una ficata!". La leggenda era ancora viva.
Johnny Thunders Dopo circa un'ora di silenzio, finalmente salì sul palco la band di Johnny. Il concerto fu assolutamente tutt'altro che memorabile e quasi nessuna delle canzoni fu suonata bene dall'inizio alla fine. Alla fine i membri della band lasciarono il palco e Johnny rimase da solo con la sua chitarra e cominciò a cantare la canzone "Pipeline". A questo punto mi ricordo poco, perché ero davvero ubriaco, ma eravamo vicini all'orario di chiusura del locale, verso le due del mattino, così accesero le luci, ma Johnny non voleva lasciare il palco. Si arrabbiò davvero con la security del club e cercò di attaccare a suonare un'altra canzone, ma non ci riuscì ed allora scomparve nei camerini.
La mia collega hippy mi disse che si sentiva truffata. Io sapevo di aver visto una leggenda.
Qualche anno più tardi, doveva suonare in un concerto a Rochester, New York, in un club chiamato "Scorgi's". Eravamo un gruppetto di amici equipaggiati con pacchi di birre economiche da sei, pronti ad affrontare un viaggio di circa due ore per vederlo. Della band faceva parte anche Jerry Nolan dei Dolls e l'esibizione era annunciata come "Johnny Thunders and the Heartbreakers" (sfortunatamente non mi ricordo molto di quella serata, tranne una bionda da sturbo vestita aderente che si accompagnava alla band). Incontrai Jerry Nolan e gli chiesi se avrebbero suonato "Lonely Planet Boy", una delle mie favorite dei Dolls. Mi rispose col suo duro accento newyorchese: "Devi chiederlo a Jawny... (Johnny)".
Thunders stava parlando con la bionda in questione, io mi avvicinai e gli feci la mia richiesta. Lui mi rispose tranquillamente: "Hai un po' di coca?". Gli risposi che non ne avevo e lui aggiunse che non avrebbe suonato quella canzone se non gli avessi rimediato un po' di cocaina. Non lo feci e lui non la suonò.
Allora diedi al dj il nostro singolo per farglielo suonare non appena fosse finita l'esibizione degli Heartbreakers. Andai da Johnny e gli dissi che la canzone che stavano suonando era del mio gruppo. Lui sospirò qualcosa del tipo: "Fico". Mi sentivo un miliardario. Uno dei New York Dolls aveva ascoltato la mia musica e sembrava piacergli, o almeno che la tollerasse. (La band in cui suonavo all'epoca si chiamava Dress Code. Il nostro Ep è stato pubblicato in una compilation chiamata "This is Us Mod" pubblicata dall'eticheta anglosassone Cherry Red records).
Dopo lo show, riuscii ad infilarmi nel party after-hour. Avevo su i miei pantaloni di pelle e i capelli scompigliati. Tutte le persone presenti mi prendevano in giro e dicevano: "Hey, Johnny!". Ero abbastanza ubriaco e incazzato quando vidi di fronte a me Johnny in persona. Quello che mi ricordo è che avemmo una piacevole conversazione, durante la quale gli dissi che il suo concerto aveva davvero spaccato il culo. me ne andai in giro con lui e la bionda. Fra le altre cazzate, mi ricordo che presi a pugni una cassetta delle lettere fino a distruggerla e poi incontrammo degli amici che ci ospitarono a dormire a casa loro sui divani. Il giorno dopo Johnny fece un altro concerto, ci andammo insieme e fu molto meglio del primo, ma ancora una volta la band non fece nessuna canzone dei Dolls.
Elliott Mattice

"So Alone"
Johnny Thunders Quest’anno cade il decennale della morte di uno dei miei idoli post-adolescenziali, uno di quei personaggi che hanno - nel bene o nel male - cambiato un pochino la mia vita... parlo di Johhny Thunders, al secolo Johnny Genzale, dapprima giovane promessa del baseball, poi chitarrista delle New York Dolls, degli Heartbreakers, dei Gang War e infine cane sciolto perso a inseguire la pista di una carriera solista piena di alti e bassi. Non credo sia il caso di perdersi in biografie e panegirici... in fondo lo hanno fatto già un po’ tutti, più o meno a proposito. Vi posso però raccontare come io ho “vissuto” Johhny Thunders, visto che comunque si tratta di uno di quei musicisti che veramente ognuno si “vive”, e non si limita ad ascoltare. Vi sono un paio di episodi che ricordo e che sono davvero marchiati a fuoco nella mia mente; un primo è relativo alla volta che ascoltai per la prima volta in assoluto “So alone”, un pezzo eccezionale che diede inizio alla sua carriera solista... e forse, diciamolo, il migliore della sua produzione post-Heartbreakers. Ero già grandicello - avevo una ventina d’anni - e mi ero infilato in un negozio di dischi della mia città così, tanto per passare qualche ora. Pioveva anche, fuori. Non trovavo nulla di interessante, ma alla fine l’occhio mi cadde su un CD in special price: “Live at the Lyceum” di Johhny Thunders & the Heartbreakers; lo presi senza sapere bene cosa fosse... però il nome non mi era affatto nuovo e quindi mi pareva logico provare a sentire cosa facessero. Arrivato a casa infilai il dischetto argentato nel lettore Sony nuovo di zecca, che mio padre aveva portato a casa un mesetto prima e... partirono le prime note di “Pipeline”. Non ero molto impressionato: il gruppo suonava disunito e scordato, si sentivano chiaramente le classiche cappelle e svarioni. Insomma, tutto scivolava via all’insegna del rock’n’roll un po’ tossico, ma poco incisivo. Iniziai a fare qualcosa mentre ascoltavo il disco, ma improvvisamente dovetti fermarmi: una chitarra sgangherata e scordata stava facendo accordi scuri, malinconici... e sopra una voce da gatto in calore malato terminale miagolava versi tossicissimi e disperati. Cristo, nel giro di 20 secondi rimasi letteralmente ipnotizzato. Grazie a quella meraviglia della tecnica che è il tasto repeat dei lettori CD, mi sparai quel brano per almeno 2 ore di fila; provavo anche a rifarlo con la chitarra, ma all’epoca le mie conoscenze erano un pochino troppo minimali per cimentarmi in cose tipo LA minore, FA e SOL. Comunque quello fu il punto di svolta: dopo avere ascoltato “So alone” iniziai a cercare i dischi di Thunders, che ovviamente non erano poi così facili da trovare.
Il secondo episodio risale a un annetto dopo quello appena citato. Avevo appena dato un esame all’università e avevo deciso che, per festeggiare la cosa, mi sarei finalmente comprato un accordatore per la chitarra; andai quindi in un negozio di strumenti e mi accaparrai, per la modica cifra di 40.000 Lire, un catorcione della Sakura defunto irreparabilmente l’anno passato dopo 10 anni di onorato servizio!). Uscito dal negozio feci una piccola deviazione e mi trovai da Blu Box, all’epoca l’unico spaccio di dischi un po’ specializzato della città; qui comprai l’ultimo numero di Flipside e me ne andai verso casa tutto soddisfatto. Sfogliando la rivista mi imbattei in un articolo che, ricordo ancora, era di una sola colonna, situato alla destra estrema di una pagina; il titolo recitava “Johhny Thunders r.i.p.” ed era seguito da una foto molto sgranata che ritraeva Thunders con un’acconciatura cotonata stile Guns’n’Roses. Lessi tutto d’un fiato e appresi che il buon Johnny era morto il mese prima. Cazzo... se n’era andato. Piano piano, a distanza di mesi, anche altri giornali diedero la notizia... come al solito a scoppio ritardato, ma intanto era fatta. Non sono capace a dirvi che Thunders era il migliore, perché comunque sarebbe un falso. Però, porca miseria, ascoltatevi “So alone” e un pochino potreste crederci... sarebbe già molto.
Il Reverendo Andrea V.

 

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