
In un fresco e ventilato (eufemismo per dire che faceva praticamente freddo!) tardo pomeriggio di un venerdì sera di metà luglio
giungo, scarrozzato dal buon Cicchella, nella ridente località di Monterotondo Scalo, nell'hinterland romano.
Trovare il sito presso cui si svolgerà il festival punk è poco meno che una caccia al tesoro: si gira, si rigira, inversione e
controinversione, bestemmie di Alex Vargiu, richiesta informazioni a vari tizi ignari e confusi... finchè, davanti a una chiesa, una
comitiva di boy scout (giuro!) ci viene in aiuto. Certo, senza l'impareggiabile charme di Alex (che sfoggia un impeccabile look
alla Jay Jay French dei Twisted Sister) probabilmente la capo comitiva non ci avrebbe neppure degnato di uno sguardo... ma
alla richiesta di informazioni del sopracitato la tipa si scioglie e ci indica la via con la precisione di uno speaker di Onda Verde
Viaggiare Informati.
Il festival si svolge in una spianata che, nonostante al popolo sia nota come impianto sportivo, ricorda più un campo
d'atterraggio clandestino nella jungla vietnamita: qualche metro quadrato di asfalto, erba, erbacce, erba, ancora erbacce... e, in
lontananza, un paio di porte da calcio. In mezzo a questo panorama si ergono un palco e la zona bar dove, custodita come una
reliquia taumaturgica, svetta una porchetta dall'aspetto minaccioso (e che, narrano alcuni coraggiosi, aveva la stessa consistenza
del kevlar). Alle otto e mezza di sera il pubblico presente è scarso e probabilmente, oltre ai membri dei gruppi, non ci sono più
di 10-15 persone. Infatti l'organizzazione decide di posticipare l'inizio delle danze, in attesa di più gente.
Vedendo che le cose si protraggono per le lunghe e, soprattutto, sentendo un certo freddo (nessuno si era preparato
adeguatamente al curioso rigore di quella sera), con altri 3 coraggiosi vado a farmi una pizza. Vi risparmio i dettagli del posto
che era comunque notevole e molto trash.
Quando torniamo, rifocillati e scaldati, c'è sicuramente più gente e, porca la miseria ladra, vengo informato del fatto che 2 band
si sono già esibite. Bene bis... iniziamo bene: mi sono perso già 2 gruppi...
Quasi contemporaneamente alla mia scarica di bestemmie, provocata dalla notizia di cui sopra, salgono sul palco i romani
Seeks; li conosco già e con questa esibizione non cambio di una virgola il mio giudizio su di loro: punk (?) motorheadiano
gradevole, che però poco centra con la serata. Riff pesanti e assoli per pezzi tanto alla Motorhead da rasentare il plagio in un
paio di occasioni. Bravi, ma poco "punk killed by death" come invece voleva essere il tema del festival.
Ai Seeks seguono i
Dodgers, altra mia conoscenza; questi sono più sul versante punk classico, con qualche sfumatura inglese...
non so: mi sono passati addosso senza lasciarmi alcun ricordo o impressione. Nulla di miracoloso, quindi, ma vorrei rivederli e
giudicare meglio (ero infatti impegnato in una disquisizione su ampli Fender d'epoca e chitarre con il buon Matteo
Homoplastik...).
E' poi il turno delle Motorama, che sono state una delle 2 sorprese della serata. Si tratta di 3 pulzelle capitoline che si
esibiscono in formazione lo-fi: chitarra, voce e batteria. Io mi aspettavo una cosa più riot come sonorità (cagate alla
Bratmobile)... e chissà perchè, poi! In realtà le 3 figliole fanno una specie di garage rock lo-fi che risulta assai gradevole (anche
se alcuni pezzi hanno riff molto simili tra loro) e mi diverte.
Finita l'esibizione delle Motorama arrivano qauelli su cui erano puntati gli occhi di tutti: la nuova band dell'ex Bingo Alex Vargiu,
ovvero i Dissuaders. Come posso dirvi, senza cadere nella volgarità, che mi hanno spaccato il culo e me lo hanno rifatto
nuovo? (Ecco, l'ho detto... bocca mia statti zitta!). Davvero grandi: pezzi un po' Dead Boys (dei quali fanno anche "Ain't
nothing to do") e un po' stile "Feel lucky punk" per darvi un'idea. Alex è un grande e il gruppo macina per bene senza pietà. E
ho detto tutto. Anzi, no, c'è una nota di colore: tutti dicevano che il bassista (il Mr. Cicchella from Naples) è il sosia di Dee Dee
Ramone... a me non pare proprio: Dee Dee è basso, tarchiato e coi capelli a caschetto, mentre l'esimio Cicchella è alto, smilzo
e con un accenno di ciuffo. Bah... vabbè... forse ero troppo sobrio o lo erano troppo gli altri.
Viene poi il turno dei Taxi, che in tutta sincerità mi hanno deluso. Già il singolo che avevano messo in giro mi piaceva poco, ma
live dopo un quarto d'ora mi hanno annoiato. Forse un set più corto me li avrebbe fatti apprezzare di più... comunque fanno un
punk che mi è parso leggermente monocorde. Boh...
Finiscono i Taxi e accade una cosa che ha dell'allucinogeno: più di metà delle persone convenute se ne vanno squagliandosela
bellamente... insomma, come se tutti fossero lì ad aspettare solo i Taxi per andarsene! Ciò, purtroppo, porterà alla brutta
situazione per cui gli ultimi 2 gruppi (entrambi da fuori) devono suonare di fronte a 4 gatti.
Dopo i Taxi, quindi, salgono sul palco i Pushers di Foggia. E qui si apre un caso di coscienza... cioè, mi verrebbe da essere
cattivo, ma so che non è giusto. Insomma, mi hanno davvero una pessima impressione. A nulla valeva il travestimento da
schiava fetish del cantante (maschio), o la banana rockabilly del chitarrista o, ancora, la divisa un po' mignottesca alla Poison
Ivy della simpatica bassista: se la musica è quella che conta, i Pushers hanno davvero dato poco. In più hanno suonato per un
tempo che è sembrato pari ad alcune ore... insomma, mi spiace: forse ero solo di cattivo umore, ma questi ragazzi mi hanno
proprio distrutto.
Ed infine ecco salire sul palco gli Homoplastik di Milano; li conosco già da tempo (anche nella loro precedente incarnazione),
ma live non li ho mai visti. E devo dire che spaccano! Sonorità da punk minore, molto europeo, sferragliante e deragliante.
Oltre alla musica il loro punto di forza è un cantantino che somiglia a un incrocio da laboratorio tra Alberto Fortis e Iggy Pop:
codesto improbabile figuro dà vita a un piccolo show personale a base di mosse alla Iggy, autolesionismo assortito, un
capitombolo bello duro giù dal palco, sigarette spente sulle braccia e botte di microfono autoinferte... giudicate voi. Io mi sono
divertito parecchio.
il Reverendo Andrea V.