Dopo Joey e Dee Dee Ramone, il punk anni settanta ha perso un'altra delle sue icone.
Joe Strummer, cantante e fondatore dei Clash, se ne è andato per un infarto pochi giorni
prima di Natale nella sua casa a Somerset in Inghilterra. Per chi scrive, è stato un altro
brutto colpo. Se i Pistols hanno imposto un look e i Ramones dettato legge dal punto di vista
sonoro, i Clash, per chi li ha amati sono stati un'altra cosa. Il primo vero esperimento di musica
etnica all'interno di una scena che fino ad allora aveva prediletto quasi esclusivamente il rock'n'roll
dei bianchi. Era il sogno visionario di Bob Marley, che dopo il suo primo concerto londinese scrisse
una canzone, "Punky Reggae party", nella quale si teorizzava un'improbabile unione fra punk e dreadlocks,
allora fasce emarginate dei sobborghi inglesi.
Tutte queste cose sembrano aver perso così drammaticamente significato oggi, quando certi accostamenti un po'
ribelli sono stati lentamente trasformati in prodotti di consumo di massa. Ma hanno avuto tutto un
altro significato ed impatto su Joe Strummer e Mick Jones, quando nell'agosto del 1976 assistettero
e parteciparono agli scontri fra neri e polizia al carnevale di Notting Hill. Un quartiere che oggi
viene ritratto come ambientazione perfetta di film borghesucci come quello con Hugh Grant, ma che
allora bruciava di contraddizioni ed emarginazione. I Clash si erano già formati ed erano stati anche
ufficialmente presentati alla stampa, dopo che Strummer aveva già partecipato alla scena che andava
formandosi con una band che si chiamava The 101'ers ed avevano suonato alcune volte insieme ai Sex Pistols.
Ma la direzione di quella che sarebbe diventato il gruppo più famoso del punk '77 londinese fu
impressa proprio da quel carnevale e dalla canzone che fu scritta in seguito, "White Riot", un inno che
qualche furbacchione provò ad etichettare come razzista, ma che in realtà invitava i giovani bianchi
dei sobborghi a prendere esempio dalla fierezza degli immigrati giamaicani, che quando c'era da
combattere contro i metodi brutali della polizia non si tiravano certo indietro.
I Clash cominciano a diventare molto conosciuti in tutti i club di Londra dove il punk si diffonde come
un morbo pericoloso, pure restando una cosa nascosta agli occhi dei più. In una città di nove milioni
di persone, i concerti più riusciti non ne vedono intervenire più di 500.
La cosa cambia drasticamente quando nel dicembre del '76 i Sex Pistols ripetono per diverse volte la
parola "fuck" al Bill Grundy show, un varietà televisivo piuttosto seguito. Una fesseria, che però
ventisei anni fa ebbe il suo peso. La conseguenza è che l'Anarchy tour che si stava svolgendo in quel
momento e che vedeva insieme Pistols, Clash, Damned e Heartbreakers venne immediatamente cancellato.
La Emi straccia il contratto con i Pistols, dopo che i suoi dipendenti scioperano per non impacchettare
il singolo di "Anarchy in the Uk" e tutto si trasforma in un enorme circo Barnum.
"Odiavo tutto quel business che c'era intorno ai Sex Pistols. Era il loro momento", dirà il
nostro Joe, ma il suo, di momento, non tarderà molto. Nel marzo del 1977 i Clash pubblicano il
loro primo singolo, per l'appunto "White Riot", che una settimana dopo entra in classifica in Gran
Bretagna al 38mo posto. L'impatto che hanno sul pubblico è possibilmente più devastante di quello
dei Pistols. Durante un loro concerto al Rainbow di Londra, scoppia un'autentica rivolta e
vengono distrutte oltre 200 sedie. Si trattava del primo concerto punk in un auditorium di grandi
dimensioni e stavolta a spaventare i benpensanti non c'erano le trovate qualunquiste e un po' dandy di
Rotten e soci, ma quattro rock'n'rollers che incitavano alla rivoluzione. Un pericolo indubbiamente
maggiore.
Ma la lezione subita dall'Emi (costretta a sborsare 40.000 sterline di penale ai Pistols senza vedere un penny
di royalty su quello che sarebbe stato uno dei 45 giri più venduti della storia d'Inghilterra), aveva
prevalso sulla possibilità che l'opinione pubblica potesse nuovamente imporsi con tentativi di censura.
Il punk era definitivamente un affare, per quanto iconoclasta potesse mai risultare. Così di lì a
pochi mesi, la band di Strummer tira fuori il primo album per una major, la Columbia-Cbs, e nel
giro di un niente si attira addosso le più folli adulazioni e le più atroci critiche. "I Clash
si sono venduti quando hanno firmato per la Cbs", accusa la fanzine "Sniffin' Glue". Ma
se un'accusa del genere può venir buona ai giorni nostri, allora la quasi totale mancanza di etichette
indipendenti faceva sì che non molti trovassero da ridire sul fatto che chi pubblicava un disco lo
facesse per un'industria multinazionale.
In quel disco c'era tutto quello che non avevano fatto le band uscite prima di loro. La rabbia
e l'anarchismo del punk più genuino ("White Riot", "London's Burning"), il tributo
al reggae di "Police and Thieves" di Eddy Grant, il rifiuto del
modello americano ("I'm so Bored With Usa"). Fu qualcosa che li trasformò nell'unico gruppo
di quel movimento che fece "il grande salto". Non tanto, o almeno non solo, per l'aiuto di una
casa discografica importante, ma per il fatto che la loro musica attirò in un modo o nell'altro nella
scena punk quelli che fino ad allora erano cultori di altri generi musicali, dal rock'n'roll, al
jazz, alle musiche afor-americane e che in comune con i giovani borchiati degli slums londinesi
avevano forse solo un progetto politico. Estremo fin che si vuole, anche rozzo nella sue manifestazioni
(celebre il concerto gratuito in piazza Maggiore a Bologna, dove Joe indossò una maglietta inneggiante
alle Brigate Rosse), ma pur sempre motivato e fisiologico, all'interno di una società occidentale che
era ancora ben lontana dall'aver concesso diritti minimi alla fetta più larga possibile di popolazione.
Il successivo disco "Give Them Enough Rope" ed ancora di più il terzo album, "London Calling",
contribuirono ancora di più ad allontanarli dalla scena "punk" e a trasformarli poi progressivamente nelle
bandiere di un certo fricchetonismo intellettualoide ("Sandinista") e in riempipista da discoteca
("Combat
Rock"). Ma fino a questo punto, musicalmente parlando, la band restò su livelli ottimi e continuò ad
imporre uno stile che avrebbe coinvolto un mare di fedeli seguaci fino ai giorni nostri.
La band muore nel momento in cui finisce il sodalizio fra Strummer e Jones, con il primo che
fa fuori dal gruppo il secondo per futili motivi salvo poi ammettere in seguito di averlo "pugnalato alle
spalle". Nell'85 esce "Cut the Crap", un anno dopo i Clash si sciolgono ufficialmente e Joe, dopo
una breve parentesi passata con i Pogues ed un brutto disco solista esce completamente di scena.
Dovranno passare molti anni, compreso il breve punk-revival dei novanta, prima di rivederlo in azione
con un nuovo progetto, Joe Strummer & The Mescaleros, in un certo senso furbesca interpretazione di
musica un po' terzomondista alla Manu Chao. Ma non sono stati proprio i Clash i principali ispiratori
di un certo tipo di accostamenti? Tanto poi dal vivo gli chiedevano i vecchi pezzi e lui ci stava.
Perfino il Dalai Lama aveva chiesto che i Clash si riformassero e lui, alla fine, aveva acconsentito
a risalire un'ultima volta sul palco insieme a Mick Jones per la cerimonia di introduzione della band
nella Rock'n'roll Hall of Fame che si terrà nei prossimi mesi.
Non era destino.
Be Nice to Mommy - gennaio 2003