Ci siamo beccati una bella dose di complimenti ed un migliaio di lettori in un mese di vita, il che non è male per una fanza "on line"
che si occupa di una musica non certo destinata a grandi consumi e che anche all'interno di questa piccola fetta, cerca di fare
distinzioni precise. Qualcuno ci potrebbe accusare di snobismo, ma non è così, in quanto non consideriamo merda tutto quello che
sta oltre la nostra piccola barricata. Internet è ovviamente uno straordinario mezzo per restare in contatto con gente di mezzo
mondo, con la quale scambiarsi musica, idee, interviste, e per contribuire ad allargare i confini della nostra ristretta cerchia di punk
rockers. C'è qualcosa di strano, tuttavia, nella scena dell'editoria musicale che induce ad una piccola riflessione. Il punk non è
mai stato un prodotto facilmente vendibile e su questo non ci piove. La musica è più viva che mai grazie allo sforzo di tante
persone che un mercato, invece di adeguarvisi, se lo sono creato direttamente, attraverso etichette, fanzine, distribuzioni
indipendenti e magari anche qualche negozio coraggioso. Il che ha permesso a diversi gruppi degli Stati Uniti di poter vivere del
proprio lavoro e a qualche gruppo europeo, italiani compresi, di fare bella figura a livello internazionale. Non è per voler fare i
ghettizzati ad ogni costo, ma forse a molti di noi stava bene così.
E invece, complici televisioni e giornali che usano parole e frasi fatte, a diventare di facile commercializzazione è diventato
l'aggettivo "punk", che viene usato con una disinvoltura davvero eccessiva solo per darsi un tono da alternativi. Dopo i Green Day,
che però scrivevano delle gran canzoni, le mega case americane ci riprovano a getto continuo, spingendo gente come Offspring e
Blink 182. A loro merito va senz'altro detto che il successo di questi "surrogati" ha spinto tanta gente ad avvicinarsi a gruppi meno
plastificati e più sinceri, però è anche vero che la parola "punk" ha assunto significati spesso diametralmente opposti. Chi non ha un
minimo background pensa che i punk siano gente molto "cool", con i loro berrettini da baseball e le scarpette nuove nuove come li
vede nei video dei Millencolin; chi è rimasto fatalmente indietro, pensa che i punk abbiano tutti la cresta colorata, siano pieni di
piercing o spille e non si lavino granché. In mezzo c'è il vuoto, anzi il sottovuoto con cui vengono confezionati certi prodotti.
In Italia, che si distingue sempre per essere un pelino più squallida, c'è stato il caso dei Prozac+, onesti canzonettari spacciati per
quello che non erano e non saranno mai, furbetti che prima fanno una canzone con il ritornello sconvoltone inneggiante agli acidi e
poi dichiarano nelle interviste che loro no, bravi figli di mamma, l'acido non se lo farebbero mai. Anche perché se no su Mtv non ce
li avrebbero fatti passare più.
Da qualche tempo, con un battage che ha un po' dell'incredibile, si sta probabilmente tentando la stessa operazione con i Punkreas,
gruppo che ha sicuramente più gavetta alle spalle dei Prozac+, ma che per qualche oscuro motivo è stato designato a
rappresentare presso un pubblico più vasto del solito l'emblema del punk in Italia. In un mese esce lo speciale Rocksound con loro
in copertina, una mega intervista, un pezzo nel disco-sampler (molto divertente il testo, quello sui furti agli autogrill, assai bruttina e
per niente punk la musica…); un'altra mega intervista su Rumore, nella quale si afferma che "dati facilmente dimostrabili alla
mano" i Punkreas hanno venduto ventimila copie per ognuno dei due dischi precedenti, che i loro concerti sono sempre "sold out",
che due anni fa a Milano al "Teste Vuote Ossa Rotte" la gente era lì soprattutto per loro, che chi si azzarda a definirli dei venduti è
il solito sfigato invidioso. Ora a me piace poco sputare su quello che non conosco, però due anni fa a Milano c'ero ed anche se è
vero che molti ragazzi li hanno accolti in modo entusiastico (per quello che conta, a me non hanno detto proprio nulla), dire che
fossero lì per loro mi pare una gran cazzata, visto che suonavano dieci gruppi e gli headliner erano addirittra Rancid e No Fx!!!
Se è vero che hanno venduto ventimila copie dei loro dischi precedenti (che tra l'altro erano distribuiti benissimo, era più facile
trovare loro che l'ultimo degli Screeching Weasel) non capisco proprio chi gliel'ha fatto fare a legarsi ad una major per la
distribuzione, visto che sarà assai difficile che venderanno molte copie in più. E la musica? A mio avviso sta subendo un evoluzione
fin troppo prevedibile, passando dallo scimmiottamento del suono Fat Wreck al tentativo di inserire qualche bella chitarrina
crossover alla Rage Against The Machine, che fa tanto, tanto tendenza, come naturalmente i dreadlocks che uno di loro ostenta
con fierezza. Mi dispiace, ma io sono un vero innamorato della cultura rasta e vedere i bianchi farsi crescere i capelli così mi fa
davvero incazzare.
La mia speranza è che tutta questa pubblicità gliela paghi la nuova casa discografica e magari consenta così a riviste come
Rocksound di spendere un po' di soldi per far conoscere band molto più autentiche e italianissime come Killer Klown, Retarded,
Stinking Polecats, Manges ed etichette indipendenti che non stanno a caccia esclusivamente della "next big thing", ma che
addirittura si tolgono lo sfizio di produrre loro qualche band americana. Se così fosse, allora ben vengano i Punkreas e le loro foto
"poser". Se invece in loro qualche santone della stampa specializzata (?) ha visto i nuovi profeti e ce li vuole rifilare ad ogni costo,
beh… consentiteci di dissentire.
C'è un intero pianeta di gruppi italiani molto più fichi, che fanno dischi e concerti molto più fichi
(e se li fanno pagare anche meno, sia dischi che concerti) di cui sentirete parlare molto raramente sulle riviste in edicola e vedrete
anche meno nei negozi di dischi. Ma se avete il tempo e la voglia di armarvi di buona volontà, attraverso carta e penna, attraverso
Internet, potete entrare in un nuovo mercato, che non è fatto di manager che ospitano i gruppi nei loro uffici con i divani in "pelle
umana" (dove a detta dell'intervistatore di Rumore i Punkreas si "trovano perfettamente a loro agio" e noi non abbiamo il benché
minimo dubbio della veridicità di questa affermazione), ma della passione di tanta gente come voi, che vi farà spendere meno soldi
e vi farà ascoltare musica migliore. Alla larga dalle edicole dunque, e da gran parte dei negozi di dischi. Il futuro passa attraverso
la posta e attraverso lo schermo del vostro pc, in grado di farvi raggiungere chiunque e di poter finalmente scegliere qualcosa che
vi piaccia, senza la subdola mediazione di qualcun altro, come il direttore di Rumore, che su Bassa Fedeltà (vendevano 6.000
copie, era stampato su carta da cesso, come cazzo hanno fatto a chiudere?) scriveva che la techno e l'uso dell'elettronica sono il
nuovo fascismo e poi sulla sua rivista patinata ci propone a piè sospinto ogni sorta di pseudo band trip, trance, hip-hop, dance, le
recensioni punk le mette sotto alla colonna "hardcore" e nella sezione "bassa fedeltà" ci ammorba con i Blue Oyster Cult,
pallosissimo gruppone hard-rock degli anni '70, praticamente l'antitesi del garage, o come cazzo volete chiamarlo.
Quindi... punite i Punkreas con le loro stesse armi: se proprio vi interessa il loro disco nuovo,
potete sempre comprarlo "pirata". Sui banchetti di Porta Portese già c'è. I soldi spendeteli per
chi si autoproduce per davvero.
Hey hey... punkrockers!!!! Riprendetevi il punk rock!
The Guru