Sono passati praticamente vent'anni da quando i Dictators hanno pubblicato
le loro ultime cose, ma malgrado tutto la band non si è mai veramente sciolta. Paladini del
punk-rock newyorchese, attivi fin dal lontanissimo 1974, sono stati forse la vera band seminale
di tutto un movimento che ha dato il meglio di se' in quei mitici anni. Prima dei Ramones o dei
Sex Pistols, furono loro a rigettare il monster-rock e a riproporre il rock'n'roll primitivo
delle origini. E si dice in giro che i quattro fratellini di Forrest Hills abbiano preso da loro
il modo di vestirsi, in contrapposizione con la tendenza al travestitismo che l'ondata glam
capeggiata dai New York Dolls sembrava imporre alla scena del periodo.
Oggi ritornano in pista con un nuovo album e la rinnovata voglia di suonare in
giro. Hanno 50 anni, sono brutti, sporchi e cattivi, ma chi può dire che non ci fosse bisogno di
loro per contribuire a salvare il rock'n'roll?
Ho conosciuto Andy Shernoff, bassista, leader e songwriter del gruppo, qualche anno fa a Roma.
Ha sempre risposto alle mie mail e si è sempre dimostrato entusiasta di fare due chiacchiere,
regalandomi qualche perla assoluta, tipo la sua personale definizione di punk: "Il punk?
Beh... secondo me significa scrivere canzoni corte, comunicare le tue idee in modo chiaro,
divertirsi e continuare ad essere un fan". Ecco, la parola "fan" mi sembra che possa
essere veramente rappresentativa di questo personaggio, da 30 anni nella scena (considerato
anche il periodo in cui pubblicava una zine intitolata "Teenage Wasteland", definizione presa da un
verso di una canzone dei Who, quella "Baba O' Riley" che fece innamorare parecchi punk-rockers
in erba) e con
la stessa carica degli inizi. Era d'obbligo tornare a rompergli le palle, dopo la tanto
sospirata (era dalla fine del 1999 che lui lo annunciava come imminente) uscita di D.F.F.D,
"Dictators Forever, Forever Dictators".
Come mai c'è voluto così tanto tempo per far uscire questo disco, nonostante alcune
della canzoni siano state registrate diversi anni fa?
"Dopo che non avevamo pubblicato niente negli ultimi vent'anni, sentivamo che non
c'era motivo di far uscire un disco a meno che non fosse veramente esaltante per il nostro
pubblico. E' stata una missione più dura di quello che immaginavamo. Siamo stati in studio
parecchie volte negli ultimi quattro anni. E dopo abbiamo dovuto fare una scelta delle canzoni,
eliminandone qualcuna che non rispondeva ai nostri standard, registrandone nuovamente altre, e
mettendone qualcuna da parte per future uscite".
Il disco è uscito prodotto da voi stessi. Come mai questa scelta?
"La ragione principale per cui abbiamo fatto uscire "DFFD" per la nostra etichetta è che
vogliamo farci il massimo dei soldi. Non mi fido affatto di un sacco di gente che opera
nel music business. Ho fatto musica per 25 anni e in questo periodo sono stato coinvolto
in almeno 100 dischi. Ho imparato abbastanza. Abbiamo registrato un grande disco di rock'n'roll
e non lo abbiamo fatto per permettere a qualcuno che magari opera in questo settore da soli 5 anni
di prendersi la fetta più grossa".
Ragionamento più che giusto. Però, purtroppo, almeno qui in Italia, il disco costa
piuttosto caro....
"Il motivo per cui in Europa costa caro è perché si tratta di un disco di importazione. Il
dollaro attualmente è molto sopravvalutato rispetto all'euro. Ma stiamo cercando di raggiungere
un accordo con una distribuzione europea che dovrebbe consentire nel giro di poco tempo di
far scendere il prezzo in maniera considerevole".
Una delle canzoni più belle di "DFFD" si intitola "Pussy and Money". Il mondo
moderno secondo te gira davvero tutto intorno a fica e soldi?
"Beh... qual è secondo te il fattore che finisce con il motivare questo mondo?
Sesso e soldi. La canzone è un'onesta osservazione e si prende gioco della gente
che è alla ricerca del profondo significato della vita, quando tutto poi si risolve
nei primitivi istinti animali e nella ricerca del potere".
C'è qualche speranza di vedervi presto suonare in Italia?
"No, non vorrei solo fare un tour in Italia... mi piacerebbe proprio vivere lì. Sono un
grande fan del vino e del cibo italiani...".
Già, il vino... ci hai addirittura scritto una column sulla nuova versione
di Punk Magazine...
"E' vero... ho scritto che il vino per me è come il music business di quando abbiamo
iniziato. C'è molta gente che pensa che il vino non sia una cosa molto punk, ma più
adatta a gente pretenziosa e che vuole ostentare i suoi soldi. E' come il rock negli anni '70,
quando c'erano quelle band pompose che ti annoiavano a morte con 20 minuti di
assoli di batteria e la gente era portata a pensare che il rock fosse questo. Il vino non è solo
cosa da ristoranti trendy, ci sono tanti vini in vendita a prezzi ragionevoli ed è sempre
meglio che ubriacarsi di birra da quattro soldi".
Vabbè... allora, quando ti verrai a bere una bella bottiglia qui, che del vino è
praticamente la patria?
"Il nostro accordo pendente con quella distribuzione europea di cui ti parlavo
dovrebbe
anche rendere più facile la possibilità di un nostro tour in Italia, almeno spero".
Se c'è una band che merita di rappresentare New York, siete voi. Ma il 2001 è stato
un anno orribile per la Grande Mela. Prima la scomparsa di Joey Ramone, poi il terribile
attentato alle Torri Gemelle. Com'è adesso la vita lì a New York City?
"Le cose stanno tornando lentamente alla normalità qui a New York. L'attacco dell'11
settembre ha finito con il rendere la gente più unita. Prima di allora c'erano grossi problemi
per esempio fra i diversi gruppi etnici e la polizia, ma tutto questo sembra quasi scomparso.
I newyorchesi sembrano più uniti di quanto non siamo mai stati fino ad ora".
Parlaci di Joey. La sua morte deve essere stata un brutto colpo per te...
"Joey era un mio carissimo amico e collaboratore musicale. E' stato uno dei più grandi
cantanti di rock'n'roll e per me è stato un onore poter suonare con lui. Lo conoscevo da
più di trent'anni ed ho suonato il basso in tutti i suoi progetti solisti. Ero all'ospedale
da lui quando è morto e mi manca... ogni giorno. Il suo disco solista uscirà presto e credo che
sarà davvero un gran disco per tutti i suoi fans".
Okay... basta storie tristi. Chiudiamo in allegria... Ross the Boss (chitarrista dei Dictators
tra i fondatori degli "osceni" metallari Manowar) ha definitivamente smesso di suonare con band metal?
"Hey!!! Preghiamo tutti Allah che sia così!".
Intervista a cura del Guru - (febbraio 2002)