Poison Heart

Capitolo 22: "Westbourne Park"

La polizia alla dogana di Gatwick non voleva lasciarmi entrare in Inghilterra, anche se tutte le droghe che avevo con me erano legalmente prescritte da un medico. Ho sempre sentito il peso della discriminazione ogni volta che ho passato un confine. Il trattamento che ho subito alla dogana di Gatwick era veramente demoralizzante.
In qualche modo riuscii ad aggirare la questione e ad uscire di lì per prendere un taxi ed andare ad Earl's Court dove si trovava il mio hotel. Ero preoccupato di come sarei riuscito a seguire il programma, visto che si trovava fuori Londra, ad Hayes, nel Kent. Chiamai Ira, mio amico e manager a New York, per chiedergli cosa fare. Ero molto agitato e così quando lui mi suggerì di prendere un treno mi venne il panico. Presi un altro taxi. I tassisti inglesi sono i peggiori e chiedono un sacco di soldi, quasi il costo di una pera. (...)
Mi lasciò di fronte ad una vecchia casa, dove era dislocato questo programma anti-droga. Suonai il campanello ed aspettai che l'infermiera mi facesse entrare e mi portasse dal dottore. Era un bel tipo, anche se sembrava un po' fesso. Mi chiese di spiegare quali erano i miei "demoni", ma io non avrei voluto dire nulla. (...) Mi fece una prescrizione di metadone per tre settimane. Ci salutammo e io promisi di fare il bravo. Dalla reception chiamarono un taxi e stavolta la tariffa era un terzo di quella che avevo speso per arrivare. (...) L'Hotel Flora dove mi trovavo era proprio all'angolo di un drugstore Boots, dove potevo andare a comprare una bottiglia di metadone da un quarto per poi bermela nascosta dentro la busta di Boots all'interno di una bella cabina telefonica rossa londinese. Quella era la colazione. Mi veniva da pensare a quanto ero caduto in basso: di nuovo per la strada a farmi di droga e per di più dentro una cabina telefonica.
L'unica persona con cui parlavo e alla quale sembrava importare qualcosa di me era Mr. Jefferies. Lo incontrai al banco delle prescrizioni di Boots. Era un vecchio tossicodipendente, che doveva arrivare ogni giorno da Boots camminando con due grucce perché era zoppo. (...) Aveva preso droghe per oltre trent'anni ed aveva avuto la prima prescrizione all'età di 16. Anche lui abitava in una stanza di hotel attorno ad Earl's Court e mi invitò ad uscire insieme e mi offrì anche ospitalità da lui. (...)
In un pub incontrai un tizio irlandese che mi parlò di una stanza libera a Westbourne Park. Disse che era un ottimo affare e mi condusse da una donna tedesca che la affittava. (...) Mi piaceva Westbourne Park. Era un bel quartiere di lavoratori e mi piacevano il canale e i ponti. La donna disse che potevo prendere la stanza. Non era niente di speciale e forse avrei fatto meglio a restare a Earl's Court, ma ormai mi ero deciso e presi la stanza. Non dovetti nemmeno lasciare un deposito, perché la tipa era molto contenta di essersi sbarazzata del posto. (...) Mi sentivo bene, come se finalmente sentissi di vivere a Londra per davvero.
Mi piaceva molto il mio nuovo quartiere. C'era un pub chiamato Portobello Gold. Qualcuno me lo descrisse come "la tomba dei rockers" e mi disse che era un ottimo posto attorno al quale andare in giro, anche per rimediare un po' di droga. (...)
Una sera presi la metropolitana e andai al Marquee a vedere i Phantom Chords. Il Marquee era pieno di gente vestita da vampiro ed io, col mio colorito pallido, ero perfettamente in tema. Cominciai a guardarmi in giro e subito notai una tipa che sarebbe stata una delle mie vittime preferite una decina di anni prima. Aveva una mini-gonna di pelle, tacchi a spillo e capelli biondi con l'acconciatura da baby-doll. Trasudava puro sesso, ma per una volta persi l'occasione di combinare qualcosa, anche perché sapevo che non ce l'avrei mai fatta. (...)
Chiacchierammo un po' e il giorno dopo andammo insieme al cinema e poi da Haagen Daaz per un gelato. Mentre giravamo attorno a Piccadilly Circus, passammo davanti ad un albergo e lei fece un commento del tipo: "Oh... ecco il bistro aperto fino a tarda notte dove mi fermo per un caffè fra un lavoro e l'altro!"(...)
Non ero nel panico per il pensiero di morire, ma qualcosa dentro di me si chiedeva se non fosse giunto il momento di cambiare la mia vita. Stavo guardando al di là del filo spinato e sognavo di uscire dal "campo di concntramento liquido". Mi sentivo davvero solo in Inghilterra, ma era proprio ciò di cui avevo bisogno.
Una volta vicino al Canal Street Bridge notai un gruppo di skinhead. Erano vestiti con le loro Doc Martens e i loro giubbotti militari e sembravano in cerca di una vittima. Adocchiarono un barbone ubriaco ed uno di loro gli si avvicinò per gridargli nell'orecchio: "Buongiorno!". Poi gli diede un colpo in testa e gli fece cadere il capello. Pensai che volessero picchiarlo, invece il tipo aveva la testa rasata e lo lasciarono andare. Mi venne in mente che forse anch'io avrei dovuto radermi i capelli. Eravamo in Inghilterra, giusto? (...)
Pensavo che non sarei riuscito a vivere la mia vita ripetendo le stesse cose come una routine. Diciassette anni in tour con i Ramones non erano stati facili. Quando ero con loro giravamo il mondo in base a regole che mi erano state imposte e io non avevo avuto alcun ruolo nel deciderle. Mi era concesso solo di impararle, rispettarle e di non fare domande.
I Ramones diventarono automaticamente delle persone mostruose. Quando Johnny Ramone urlava un ordine, noi dovevamo ascoltare. (...) Nei suoi occhi non c'era nulla, se non puro odio. Odiava tutti, specialmente Joey e me. Noi ci divertivamo. Era spassoso vederlo incazzarsi. Ci sono persone ù che non riescono a gridare in modo da sembrare veramente ostili. Io sono di sicuro capace, mia madre anche, ma Johnny era fantastico nel farlo. Era capace di fare una faccia davvero cattiva. Del resto, io arrivai a puntargli un coltello, a mandarlo a 'fanculo tante volte e a dirgli che lo odiavo.
Perché non legammo mai, non lo so. E' dura avere qualsiasi cosa nella vita ed una volta che ci eravamo riusciti, buttammo via tutto. Io me ne stavo sul palco, in mezzo a tutta questa follia, e prima o poi qualche maniaco si sarebbe avvicinato a me per dirmi:
"Hey amico... festeggiamo?"
"Cosa cazzo pensi? Dee Dee Ramone è il mio nome. Droghe e alcol sono il mio gioco. Sono dipendente da cocaina, erba, vino e ragazze in minigonna. Ma anche eroina, valium e Quaalude".
Sapevo che Johnny Ramone stava ascoltando, ma pensavo: "Chissene frega!". E' una rock-band questa, o l'esercito?
(...) Dopo aver proseguito la cura a base di metadone, cercando di assumerne sempre meno, pensai che era venuto il momento di tornare a casa. Così chiamai il servizio che Ira aveva trovato per me per il mio soggiorno a Londra. Dissi loro che volevo tornare a New York, così mandarono una limousine a prendermi, con un po' di soldi e un biglietto di prima classe sulla Virgin Airlines. Ero un disperato, ma tornai a New York con un certo stile. C'era un limousine anche ad attendermi all'aeroporto per riportarmi al Chelsea Hotel, dove sarei rimasto (...).

Prossimi capitoli 23 e 24: "Cold Turkey at The Chelsea Hotel", "The Blues"

 

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