New York sembrava veramente fredda quando feci ritorno. Se volevo rompere il mio isolamento,
finivo sempre con l'andare incontro a nuovi problemi. I Ramones per me erano stati una specie
di famiglia e adesso non c'era più nulla. Andare a vivere di nuovo sulla 10ma strada, inoltre,
era un altro passo verso il disastro. Nel quartiere tutti vendevano droga ed uno dei miei
abituali spacciatori di cocaina viveva addirittura nello stesso palazzo.
Non avevo mai pensato che la mia vita potesse diventare così misera. (...) Cos' cominciai
a farmi di nuovo. Tutti gli spacciatori della zona erano ben contenti di avere in giro uno
spendaccione come me. Mi coprivano di attenzioni e mi trattavano come una persona speciale. Quando
ero "fatto", mi sedevo con loro a raccontare le mie fantastiche avventure.
Durante il mese di settembre, mentre mi ero recato al negozio di strumenti del Lower East Side,
notai gente che vendeva droga anche in quella zona, così andai in giro a cercarne. Ero fra la 13ma e la
Avenue C e c'era un edificio abbandonato proprio all'angolo dove vendevano eroina. (...) Il tutto
sembrava molto più organizzato che nei primi tempi del punk-rock a New York City.
Cercai di far rivivere i vecchi tempi. La vecchia routine. Dodici ore in giro in cerca di droga e poi sulla via
di casa la solita fermata al Deli fra la 10ma e la Prima per comprare caffè e sigarette. (...)
Una volta, mentre guardavo fuori dalla finestra, vidi quattro persone che vendevano droga. Sentii
subito che questo avrebbe creato dei problemi. Uno dei tizi era il mio vecchio spacciatore di coca e
stava guardando la sua ragazza. Non si accorse dei due uomini che si stavano avvicinando. Erano lì
per raccogliere i soldi dai venditori ed uno di loro cominciò a gridare contro il tipo che conoscevo.
Due amici del ragazzo, che erano con lui, attraversarono la strada per aiutarlo, quando una
macchina parcheggiata nelle vicinanze, si avvicinò e dal sedile del passeggero si sporse un tizio
con una carabina automatica calibro 22 e cominciò a sparare. Sembrava la scena di un film, ma non
lo era. Era tutto vero.
La macchina della polizia arrivò in un minuto. Li vidi prendere la ragazza che era sotto shock e
caricarla a bordo. Poi degli infermieri soccorserò il ragazzo che era stato colpito. In un colpo
solo persero la droga, i soldi e la libertà.
Cominciai a pensare: è questo il modo di vivere? Il sistema ci offre qualche scelta diversa? E'
così stupido. La società si autodistrugge. Le città americane sono senza speranza e spesso mi
meraviglio di come le minoranze riescano a sopravvivere. (...)Ti giudicano colpevole prima ancora
che riescano a provare che tu abbia commesso un crimine. Si vive in una zona di guerra e bisogna
combattere costantemente per sopravvivere.
Le droghe cominciano sempre a prendere piede nei quartieri poveri. E' la cosa più semplice per il
governo, tanto vedono queste persone sempre e solo come un problema da risolvere.(...)
A caccia di droga per l'East Village durai solo pochi mesi. Avevo 38 anni ed ero nuovamente un
tossicodipendente. Per la prima volta nella mia vita avevao perso anche la libertà. Dovevo
prendere parte di nuovo ad un programma di riabilitazione con il metadone. Non credevo che
potesse capitarmi qualcosa di peggio a quel punto. Troppe cose erano andate male e c'erano stati
troppi cambiamenti nella mia vita senza che avessi il minimo aiuto. Invece, fu proprio in quei
giorni che seppi che Stiv Bators era morto a Parigi in un incidente. Era stato investito da un
taxi. Nello stesso periodo, il mio migliore amico Phil Smith, uno spacciatore di New York,
morì di Aids. Poi scoprii che la mia ragazza era una puttana. Finalmente mi decisi e andai alla
clinica per tossicodipendenti fra la 69ma e la Prima Avenue.
Odiavo la mia vita. Avrei voluto morire. Diventare un paziente che si cura a base di metadone era
veramente la fine della strada. Non avevo scelta. Non avevo alcuna assicurazione, quindi
non potevo rientrare in un programma di riabilitazione. (...) Il metadone non mi faceva affatto
stare bene. Mi sentivo sempre peggio ed è per questo che cominciai a chiamare il programma di
disintossicazione come il "campo di concentramento liquido". (...)
Le cose andarono anche peggio quando fui arrestato due volte per possesso d'erba. La prima
volta ero con la mia ragazza in metropolitana. La seconda volta stavo camminando verso questo
club chiamato "The Bottom Line". I poliziotti mi circondarono e mi trascinarono sul loro van.
Arrestavano chiunque sembrava un po' strano, era una retata. Quando il furgone della polizia fu
riempito andarono in Washington Square e lo parcheggiarono vicino alla fontana. La stampa era già
stata avvertita. Dovevano far vedere che la City stava vincendo la sua battaglia contro la droga.
E poi avevano catturato un pericoloso criminale. Io. Dee Dee.
Mi fotografarono e poi mi misero in cella. Il giorno dopo la mia foto era in prima
pagina sul "The New York Post". Per qualche ragione vedere quella foto oggi mi fa sorridere.
Sembravo un pazzo ed ero veramente arrabbiato! Non sono un giudice e non penso che l'erba dovrebbe
essere illegale. Ma comunque, se proprio dovevo essere punito, dov'era il grande affare, visto che
il mio reato era così inoffensivo? Lisa Robinson, la columnist che si occupava di musica rock per il
"Post", che comunque non aveva mai avuto parole positive nei miei confronti, scrisse che
probabilmente sarei morto con un ago nelle vene dentro i bagni di qualche club.
Fu allora che il management dei Ramones si rifece vivo. Trassero vantaggio dalle mie sfortune
per ottenere nuove canzoni per l'album che doveva uscire. Così vendetti loro i diritti di
"Poison Heart", "Main Man" e "Strenght to Endure" per poche migliaia di dollari, così fui in
grado di pagare un avvocato per uscire di prigione. Quelle canzoni finirono sull'album dei
Ramones intitolato "Mondo Bizzarro".
Sembrava che i Ramones non potessero vivere senza di me, ma allo stesso tempo mi trattavano
come un nemico. (...) Nelle interviste che rilasciavano cercavano di sminuire il mio ruolo di songwriter
dicendo: "Dee Dee ha collaborato alla scrittura". No, io le avevo scritte con tutto il mio
cuore e la mia anima. "Poison Heart" era la MIA canzone e parlava della MIA vita.
Nei miei confronti cominciò un'autentica campagna d'odio. C'era in giro ogni sorta di voci, che
ero diventato pazzo, che avevo sparato dei colpi di pistola in mezzo alla strada, che ero stato
beccato a rubare del pane in un supermercato, che uccidevo i gatti nel mio appartamento.(...) Mi sentivo
come il nemico pubblico numero uno.(...)
Il mio amico Mark Brady cercò di tirarmi su. Lo avevo conosciuto attraverso Rachel Amado, che
aveva avuto un ruolo importante nel film che Mark stava girando, intitolato "What About Me?",
al quale partecipavano anche Johnny Thunders, Richard Hell, Nick Zed e Jerry Nolan. Mark cercò
di motivarmi e mi offrì una piccola parte nel film. Dopo che finimmo di girare la mia scena,
andammo nell'appartamento di Rachel per rilassarci un po' e fumare erba. Eravamo lì quando
squillò il telefono. Era Stevie, il chitarrista della band di Johnny Thunders.
"Rachel", disse. "Johnny è morto".
Ero pietrificato ed anche Rachel lo era. Solo sei mesi dopo la morte di Stiv Bators. (...) Mi dissero
che Johnny si era mischiato ad alcuni bastardi a New Orleans che lo avevano fregato mentre lui
cercava la sua dose di metadone. (...) Non importa quanto io e Johnny fossimo diversi, ma mi sentivo
davvero un miserabile quando seppi della sua morte. Sembrava che ognuno di noi stesse lottando
contro problemi di droga. C'era sempre questo dito puntato contro di me, che diceva che io
sarei stato il prossimo. (...)
Andai anche alla Continental Divide per un concerto in onore di Johnny. La band che apriva lo show
assomigliava ai Dolls e stava suonando "Chinese Rocks" quando entrai. Diventai subito pallido
ed uscii. Era troppo per me. Andai sulla Bowery ad ubriacarmi e il giorno dopo mi sparai anche un
po' d'eroina. Non me ne fregava davvero più niente di niente. (...) Ero stato già arrestato
due volte e il mio avvocato mi disse che se fosse capitato ancora mi avrebbero messo in una
prigione di Stato.
Per Natale, andai da Lemmy dei Motorhead. Mi diede un'occhiata e mi disse che avevo un aspetto
terribile. Lo sapevo. E comunque neanche lui sembrava stare meglio, anche se mi faceva sempre
piacere vederlo. Speravo che avesse un po' di droga, invece non ne aveva. Mi offrì una birra
e qualche buon consiglio: "Vattene da New York, Dee Dee. Vai a Los Angeles".
Tornai a casa e decisi che me ne sarei andato in Inghilterra. Carol Bators mi diede le
informazioni necessarie per allontanarmi dal programma di riabilitazione. Portai con me quattro bottiglie
di metadone, presi un taxi e andai all'aeroporto. Comprai il biglietto e volai a Londra.
Ora so che l'unica ragione per cui sono ancora vivo fu che lasciai New York.
Capitolo 22: "Westbourne Park"