Poison Heart

Capitolo 12: "Hard Pressed"

A metà degli anni ottanta, i Ramones firmarono un contratto per tre dischi con la Beggars Banquet in Inghilterra. Avevamo appena pubblicato "Too Tough To Die" e l'etichetta stava facendo tutto il possibile per promuovere la band. Martin Hills, il capo della Beggars Banquet, aveva messo sotto contratto anche i Cult. Voleva che pubblicassimo "Bonzo Goes to Bitburg". A Johnny Ramone non piaceva il titolo della canzone e questo causò un sacco di problemi. Sull'album "Animal Boy" la canzone si chiamava "My Brain Is Hanging Upside Down" per far piacere a Johnny Ramone, che era una grande fan di Ronald Reagan. Alla fine io e Joey lottammo per il titolo del singolo. E per una volta vincemmo noi.
Ma per questo album, alla Beggars Banquet impazzirono tutti per una canzone che avevo scritto con Dave Stewart degli Eurythmics, intitolata "Howling at the Moon". Era una canzone sulla marijuana. La Beggars Banquet chiamò il nostro manager e chiese a me e Joey di volare fino a Londra per stampare il disco. La cosa suonava molto bene, una buona scusa per stare un po' lontani da Johnny e Marc. Anche se sapevamo che sarebbe dovuto venire anche Monte per assicurarsi che facessimo bene il nostro lavoro e per farci da baby-sitter. (...)
Io guardavo al viaggio in Inghilterra solamente per godermela. Speravo che la cosa ci avrebbe unito un po' e che il fatto avrebbe reso gelosi gli altri al nostro ritorno. E' ironico che io dovessi fuggire da una rock'n roll band per divertirmi, ma allora ero una massa di frustrazioni ed ero davvero disperato. Stavolta non scherzavo. Volevo un po' di droga, alcol e una "femme fatale" con la quale andare in giro. Nessun fesso road manager avrebbe sabotato il mio divertimento. Quello che volevo era fare festa e nessuno mi avrebbe dovuto dire cosa fare o meno. E dalla buffa espressione sulla faccia di Joey potevo capire che eravamo sulla stessa barca. Perché non ammettere che avevamo bisogno di impazzire un po'?
Fin dal momento in cui ci recammo in aeroporto, Monte già recitava la parte del manager preoccupato. Da parte mia pensavo di meritarmi un po' di divertimento. Stavo facendo tutto questo lavoro extra per i Ramones, volare a Londra in febbraio per fare interviste con la fottuta stampa inglese. I più grandi stronzi del mondo. "Furbi scureggioni", ecco come li chiamavamo. Gesù, che male c'era a farsi un paio di drink ed un paio di strisce in bagno prima di un volo di sei ore?
Monte venne subito da me a dirmi di stare attento, perchè probabilmente ero diventato un alcolizzato. "Ma cosa vogliono da me?", pensai. Ognuno sembrava preoccuparsi di me e non dei propri affari. Sull'aereo mandai Monte a fare in culo. Gli dissi di pensare per se', che quella mattina mi ero fatto solo un drink, un doppio shot di Bayleys' Irish Cream con uno shot di rum mischiato dentro. Mi ero bevuto un solo doppio Bloody-Mary in tutto il viaggio. (...) Me ne andai nel bagno dell'aereo e ci rimasi per venti minuti. Sapevo che Monte si sarebbe preoccupato che io fossi finito in overdose nel cesso o cose del genere. Funzionò. Monte arrivò presto a bussare alla porta del bagno e a parlarmi con voce gentile come avevo previsto.
"Dee Dee, va tutto bene?"
Io aprii la porta e dissi: "Oh, certo. Adesso non posso fare neanche una cagata in pace. Capisci cosa voglio dire? Sei uno stronzo. Ti odio. E' colpa degli stronzi come te se sono un alcolista. E se lo sono davvero, sei tu che mi hai reso così. A nessuno frega un cazzo di me. Voglio smetterla. Comem torniamo a New York vado a vedere un avvocato e faccio causa ai Ramones e a tutti quanti, così vaffanculo tu e gli altri!" (...)
Quando l'aeroplano arrivò a Gatwick, Joey ebbe i soliti problemi con gli ufficiali di dogana. Poi cominciarono con me. Beh, quando è troppo è troppo. Così dissi: "Perché non vi preoccupate di beccare i veri spacciatori?"
"Huh?"
"Sapete che siete solo un cumulo di stronzi? Datemi indietro il mio passaporto, luridi fottimadri!"
Forse li avevo messi a posto così, o forse erano solo stanchi. Non so, non sono uno psichiatra. Ma misero sul mio passaporto il timbro "All Special Privilege" e dissero: "Benvenuto in Inghilterra mister Colvin".
"Posso andare?", chiesi.
"Sì, signore".
"Allora okay. Ci vediamo la prossima volta. Vedete come è facile quando si sa come comportarsi?"
(...) Appena ebbi la mia stanza al London Kensington Hilton, posai il mio bagaglio e mi versai un bourbon, poi uno scotch e poi ancora un bourbon, al quale mescolai un po' di Coca-Cola calda. Quindi mi addormentai per tre quarti d'ora. Fui svegliato dall'affascinante Glorya Robinson della Red-Eye, che aveva organizzato il nostro viaggio in Inghilterra.
Gloria era stata la mia ragazza quando avevo 16 anni a Forrest Hills e ora viveva in Inghilterra ed aveva un marito inglese. Glorya non era davvero una santa, ma anche gente dura come lei aveva qualche problema a dover avere a che fare con me.
"Dee Dee, sei una merda. Svegliati, svegliati subito. C'è qualcuno che vuole intervistarti. Svegliati, ti odio!"
"Che cazzo di modo di iniziare la giornata!", pensai.
"Okay Gloria, sono quasi pronto. Non è che hai una canna?"
Sapeva che glielo avrei chiesto. Ma non ce l'aveva. Sembrava che nessuno avesse un po' d'erba in Inghilterra. Magari un po' di schifoso hashish, ma niente erba. Tutti sembravano farsi di pinte di birra, speed e whisky a buon mercato. Così tutto quello che Gloria aveva era una pinta di birra mezza vuota. Questa è l'Inghilterra. Che noia. Mi rotolai giù dal letto, perché gli intervistatori avevano cominciato a bussare alla porta. La sola ragione per cui li feci entrare è perché speravo che qualcuno di loro avesse una canna. Invece erano due tipici giornalisti fatti di birra. I tipi che pensano di sapere tutto. C'era una ragazza snob che armeggiava con il registratore e il suo partner, che sembrava un "povero" studente di famiglia ricca. Spezza la tensione chiedendo: "Hey ragazzi... avete un po' di roba?"
"Sì Dee Dee, ne abbiamo un po'. E' abbastanza buona".
"E' speed?"
"Sì ed è abbastanza buona".
Così mi offrirono un paio di strisce e mi cominciai a sentire a disagio, ma ero anche felice perché avevo una scusa per giustificare il mio aspetto oltraggioso. Ma prima dovevano farmi l'intervista.
"Dee Dee, come è successo che i Ramones abbiano influenzato i Sex Pistols?"
"Non lo so. A chi frega un cazzo? Perché mi create problemi facendomi una domanda del genere proprio all'inizio? Andatevene via".
Così loro fecero la domande seguente.
"Dee Dee, cosa pensi delle band punk britanniche?"
Ero così confuso e mi sentivo così disonesto che cominciavo ad annoiarmi.
"Andatevene, ora", protestai. "Okay, Johnny Moped era bravo", uscì fuori dalla mia bocca. "Mi piacevano lui e i Damned e anche gli X-Ray Spex erano bravi".
"Allora qual è la tua band britannica preferita?"
"Eddie and The Hot Rods. E adesso andatevene affanculo. Sono stanco di tutto questo".
"Ma Dee Dee, cosa pensi dei Bay City Rollers?".
"Ehi, aspetta un minuto. Adesso stai parlando la mia lingua. 'Saturday Night' è stata la miglior canzone wave di sempre. Ma ora andate via".
"Che ne pensi di un altro po' di speed?"(...)
C'erano un sacco di intervistatori che entravano ed uscivano dalla stanza. Riempimmo il mini-bar per tre volte a chiamammo il romm-service per delle birre e delle coche. Ero al top della forma, ma molto sconvolto.
"...Quaaaaalcuno ha una caaannna?". Qualcuno disse di averla. "La vooooglio, la vooglio ora!" (...)
Ero diventato paranoico per colpa di tutto l'alcol e lo speed preso, ma il Kensington Hilton Hotel aveva sempre un'ottima colazione la mattina e quella era una meta alla quale guardavo sempre. (...) In qualche modo la mattina seguente riuscii ad alzarmi per la colazione. Non so come ce la feci. A malapena riuscivo a stare in piedi. Avevo il pus che mi usciva dagli occhi e il mio naso sanguinava. Tornai nella mia stanza pieno di vergogna, sperando che nessuno mi avrebbe visto, ma l'hotel aveva queste chiavi a forma di scheda e feci un sacco di rumore nel rientrare nella mia stanza al punto che svegliai Monte. Erano circa le sette e mezza. Monte era appena andato a letto, ma fu contento di vedermi.
"Dee Dee", disse. "Grazie a Dio sei qui. Non mi ricordo molto di ieri sera, ma ero preoccupato. Sai come vanno le cose, e..."
Puzzava d'alcol e le sue narici erano incrostate di bianco, poteva essere solo droga. Sentii una giovane voce femminile che lo richiamava dentro la stanza: "Monteee, babeee..."
Monte si scusò come un gentiluomo, ma poi mi sbattè la porta in faccia. Che ipocrita, pensai. (...) Si fecero le 11 e Glorya fece ritorno nella mia stanza. Cercava di mantenere un approccio professionale, provando ad essere dolce. La Bbc, Melody Maker, New Musical Express, Sounds. Erano un sacco. Glorya era in paranoia, pensando che non ce l'avrei fatta. Ero un fallito. Quando vidi Monte e Joey più tardi dissi loro che eravamo tutti dei falliti.
"Siamo dei perdenti", dissi. "Guardiamoci. Siamo patetici. Joey, guardati, sei ubriaco marcio ed è solo mezzogiorno. Monte, sembra che tu abbia avuto un altro black-out...Cristo, ho bisogno di una birra... penso che tutti ne avremmo bisogno".
(...) Finimmo le interviste rapidamente e tornammo ad un ristorante coreano. Quella sera doveva esserci un party. Hip, hip hurrah! Un party!
"Glorya", dissi. "Cancella prima tutti gli appuntamenti con le fanzine, okay?"
Non ce la facevo a resistere alle interviste. Facevano davvero schifo. Era sempre una situazione conflittuale, che mi metteva sulla difensiva. Quindi finii col flippare del tutto cominciando a gridare: "Via! Via di qui!"
Una volta vidi Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club flippare quando suonammo insieme nella stessa serata in una piccola città del sud della Francia. Alcuni "furbi scureggioni" lo stavano intervistando ed improvvisamente impazzì. Lo vidi impugnare la sua Fender Strat bianca come fosse un'ascia e gridare: "Via! Via di qui, bastardi francesi... e non tornate mai più!"
Sembrava proprio come quella volta che vidi Johnny Ramone impugnare la sua Mosrite e gridare: "Via di qui!" a Malcom McLaren negli spogliatoi del Whiskey a Go-Go. (...)
Tornai nella mia stanza e mi feci di speed per cinque ore per prepararmi al party della serata. Non era niente di speciale. Era difficle rimorchiare ragazze lì, così me ne tornai a casa da solo. Sconvolto. (...)
Riuscite ad immaginarmi mentre cerco di salire su un taxi per tornare in albergo? Risultò davvero davvero difficile. E' facile essere emarginati a Londra. I taxi non vogliono farti salire, specialemnte se sei americano e molto ubriaco.(...)
Avrei potuto divertirmi davvero, ma non sapevo come. Avrei potuto andare a comprarmi qualche vestito a Kensington Market, ma non lo feci fino a quando non lasciai la band. Avrei potuto cercare una ragazza, ma ero troppo stravolto per interessarmene. La maggior parte delle volte finivo con il tornare tristemente in albergo e starmene nella stanza, senza nulla da fare. Odiavo me stesso e il mondo in cui vivevo. Non c'era nessun modo di uscirne. La mia vita era vuota come la scia di lattine di birra che mi ero lasciato dietro dovunque ero stato. (...) Stavo uscendo fuori dai gangheri. Il panico da "non uscirai vivo da qui" mi stava assalendo. (...) Tornai nella mia stanza per preparare i bagagli per il volo di ritorno a New York, cercando di placare i miei nervi con una mazza lattina di coca riempita di bourbon. Era bello, pensai che fosse come la medicina per la tosse. Nel taxi verso l'aeroporto di Heatrow me ne feci un'altra, tanto per riuscire ad arrivare fino all'aereo ed aspettare che aprisse il bar. Quando fummo decollati, la hostess prese il mio ordine. Chiesi quattro bottigliette di rhum e due lattine di coca. Mi ricordo che si mise a ridere quando mise i miei drink sul tavolinetto davanti a me.
"Non mi vorrà mica creare problemi, vero signore?", mi chiese.
"Oh no", risposi. "Voglio solo bermi i miei drink e addormentarmi. Mi svegli a New York, okay?"
Sono sicuro che lei pensò: "Okay, sembra tutto in ordine".
Come cominciò a camminare per il corridoio dell'aereo, girai la mia testa per dare un rapida occhiata al suo culo. Molto rapidamente, tanto per non attirare l'attenzione. Aprii una delle bottiglie di rhum e la mandai giù in un sorso. Quindi aprii l'altra bottiglia e butta giù anche quella. Quindi vuotai le altre due dentro la lattina di coca. Dopo aver bevuto caddi addormentato per quattro ore. Ma appena mi svegliai sentii subito il bisogno di bere ancora.
"Oh, signora hostess, ho bisogno di un piccolo drink, per favore!"
"Mi dispiace il bar è chiuso. Fra mezz'ora atterriamo".
"Che vuol dire? Dammene uno al volo. Non è un gran lavoro, no? Davvero, ti darò 500 dollari! Guarda, questi sono i soldi", dissi porgendole un fascio di banconote. Ma lei le respinse.
"Si allacci le cinture di sicurezza", mi disse e proseguì verso la coda dell'aereo. Improvvisamente l'aeroplano cominciò a ballare come un pazzo e lei cadde rotolando per il corridoio come una palla da bowling, colpendo anche altre tre hostess, una delle quali finì contro la porta della toilette, che si aprì: dentro c'era Monte Melnick che stava facendo un'enorme cagata. Puzzava come un ubriaco. E non aveva la più ù pallida idea di cosa stesse succedendo.
Ero contento di tutto quel caos, anche perché cercai di approfittare della confusione per rubare qualche liquore dal carrello delle bevande. Ma l'aereo ebbe ancora degli scossoni e il carrello scivolò lungo il corridoio. Avevo ormai perso ogni speranza di avere un drink, e ne avevo un disperato bisogno. (...) Ad un certo punto si sentì un annuncio: "Attenzione, dovremo girare intorno al JFK per tre ore, perché c'è un sacco di traffico stanotte e non ci danno il permesso di atterrare". Mi sentii male sulla mia sedia, non credevo a quello che avevo sentito. Avrei dovuto rendere della thorazina. Dopo un'ora mi sentivo davvero male, l'aereo continuava a girare intorno ed io stavo seriamente pensando al suicidio. Pensai di buttarmi giù dall'uscita di emergenza col paracadute. In qualche modo cercavo di nascondere il mio stato agli altri passeggeri. (...)
"Noooooo!!!!", gridai dentro di me quando annunciarono che avremmo volato fino ad Hartford nel Connecticut per fare rifornimento ed aspettare l'okay per fare ritorno a New York.
"NNNNooooooo! Nooo! Non a me! Questo non può succedere a me!"
"Signore e signori", annunciarono una seconda volta, "stiamo volando verso Hartford. Per favore allacciate le cinture".
Cominciai a rovistare nella sacca davanti al sedile, dove la gente normalmente mette le riviste e le bottiglie vuote, per vedere se in una bottiglia fosse rimasta qualche goccia di rhum. Tutto quello che trovai fu la spoletta d'alluminio di una delle lattine di coca. La strinsi fra pollice e indice, sembrava affilata. Cominciai a pensare di andare al bagno e di tagliarmi i polsi con quella, per mettere fine una volta per tutte alla mia miserabile vita. (...)

Capitolo 13: "Psycho Teraphy"

 

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