Era passato un anno da quella passeggiata fuori dal Melkweg. Finalmente, io e Barbara ce ne eravamo
andati da Amsterdam. Un'altra coppia di americani che avevamo conosciuto ci disse che l'unico modo di
sopravvivere lì era quello di rendersi invisibili. Avrei potuto anche farcela. Ma non ero felice. Mi sentivo
come se se fossi stato letteralmente sbattuto fuori da quella città.
Io e Barbara ci spostammo a Mechelen, vicino Antwerp in Belgio, insieme a due cani che avevamo comprato
lungo la strada, Kessie e Babita. Kessie era un vero cane da strada e anche lui odiava Amsterdam, e se
ne stava in giro per la strada. Quando era in Argentina, Barbara aveva un pit-bull chiamato Doogie, così dopo
un po', decisi che era meglio prendere un altro cane. Così prendemmo Babita, che era una specie di incrocio
fra un piccolo Doberman e un Rottweiler.
Avrei potuto essere felice a Mechelen. Davvero, era noioso, però vivevamo in un bel posto ed era tranquillo.
Era come Ann Arbor, a Detroit. Era davvero strano essere un newyorchese a Mechelen. Lì era piuttosto medievale.
Cattedrali, strade in pietra, cartelli dipinti a mano, e alla domenica assolutamente nessun segno di vita.
I belgi sono oltretutto più amichevoli degli olandesi. Anche la polizia belga è solo un branco di fottuti
bastardi, che si buttarono sul mio caso non appena misi piede lì. Si comportarono un po' come penso si siano
comportati le truppe di rednecks in Alabama durante le tensioni razziali degli anni sessanta.
Come mi trasferii a Mechelen, trovai un avvocato ad Antwerp per avere un permesso di soggiorno. Lui mi
suggerì che per diecimila dollari avrei potuto aprire una società editoriale che mi avrebbe accreditato per
un permesso di soggiorno. Mi suonò bene e così dissi: "Okay. Facciamolo". Michael della Herzog and Strauss
gli mandò immediatamente tutte le carte, ma il mio avvocato probabilmente non si occupò mai della faccenda.
La sua assistente mi disse che io e Barbara risultavamo schedati dalla polizia, ma che una volta
arrivate le carte si sarebbe risolto tutto. Le chiesi se io e Barbara
nel frattempo dovevamo lasciare il paese per rendere la cosa legale. "No", mi rispose con tono snob. "Restate
qui in Belgio dove siete al sicuro".
Al sicuro un cazzo, come scoprii più tardi. Le sole persone che sembrano conoscere davvero la legge sono
i poliziotti.
Ero preoccupato, sentivo che i guai stavano arrivando sulla mia strada e, come al solito, avevo ragione.
Io e Barbara fummo quasi deportati dal Belgio. Una mattina i poliziotti ci presero a Mechelen mentre uscivamo
da un'edicola dove avevamo comprato i giornali. Senza nessun motivo ci caricarono in macchina e ci portarono
alla stazione. Non mi fecero chiamare un avvocato. Sembravano così pieni di odio immotivato nei confronti
miei e di Barbara. Ci minacciarono. Ci diedero un'alternativa: potete andare in Urss o in Cecoslovacchia, ma ormai
siete sul computer per una violazione alle leggi della Comuniotà europea. Dovevamo andarcene. Perdemmo tutto
quello che possedevamo. Non avevo droga addosso ed era ormai tempo che non ne facevo più uso. Non avevo armi.
Non avevo neanche commesso un'infrazione al codice della strada.
Il mio avvocato di Amsterdam mi disse che mi avevano beccato per niente, che la polizia a Mechelen
faceva spesso così e che nessun americano sarebbe stato al sicuro a vivere lì. Stavolta fui d'accordo con
lui. Avevo imparato la lezione e non avrei fatto di nuovo lo stesso errore. Non tornerò mai più in Belgio.
In quel periodo un giorno mi chiamò mia madre. Fu strano. Non parlavo con lei da oltre quattro anni. Il
mio ex-manager di New York le aveva dato il mio numero. Lei sembrava stare bene e fui contento che avesse
chiamato. Le dissi che mi sarebbe piaciuto tornare a vivere in Germania, ma che era difficile perché
non riuscivo ad ottenere un permesso di soggiorno. Lei non poteva aiutarmi perché ormai aveva perso la
cittadinanza tedesca. (...) Adesso capivo perchè mia madre era stata quello che era stata quando ero
giovane. Passare attraverso la seconda Guerra Mondiale, i raid aerei, l'invasione russa, la sua famiglia, mio
padre come marito, non doveva essere stato facile. Oh... odio ammetterlo, ma anche con me come figlio. Ma
per quanta simpatia potessi ora provare per lei, finii col dirle che la mia vera famiglia erano i Ramones.
Che io ero Dee Dee Ramone e non Douglas Colvin. (...)
Subito prima di dover lasciare il Belgio avevo dovuto mettere in piedi una band per fare un tour in Spagna.
Dovevo farlo, altrimenti mi avrebbero querelato. Nel music business sembrava tutto più disonesto che mai. Fu
un tour da niente e dopo io e Barbare salimmo su un aereo per Madrid e volammo a casa in Argentina.
Finalmente eravamo fuori di lì.
Sono seduto in una stanza. Non è la mia. Sono di nuovo in Argentina. Un tranquillo quartiere di
Buenos Aires chiamato Banfield, nella casa della nonna della mia ragazza. Mi sto di nuovo nascondendo
perché mi sento un miserabile e so che renderò miserabile chiunque mi veda. Così sto concedendo a tutti
un break. Ho fatto qualcosa di stupido e adesso sto giocando con un cane che ho fatto entrare dal
cancello e che ho subito chiamato Ramon. E' un grasso cane di strada che di sicuro ha combattuto contro
qualche altro cane ed ha una leggera ferita alla gamba. Io ho un taglio sulla testa. Ho dovuto fare a botte
con un fan dei Ramones.(...)
Quello che ci serviva era un visto per Barbara, per tornare in America dove sentivamo che le cose sarebbero
andate meglio. Ma ci sarebbe servito un altro anno di tentativi. Lei era molto giovane, aveva un passaporto
argentino e i suoi genitori non ci avrebbero di certo aiutato.
In Argentina è come fare un salto indietro nel tempo. Mi ricorda di quando l'America era un bel posto
per viverci. Malgrado tutto sia difficile, la gente è migliore che in molti altri posti. L'aria è così piena di
smog, che ti taglia i polmoni. Gli autisti dei bus sono dei killer. E' come una casa di pazzi. Ognuno
butta nuvole di umo nero dagli scappamenti vecchi dritte dentro ai finestrini aperti della macchina a fianco.
Tutti hanno i finestrini aperti perchè nessuno ha l'aria condizionata. Le macchine sono tutte vecchie e
scassate, ma c'è un sacco di anima. E' molto funky.
I problemi iniziavano già dal dove ritirare i soldi per vivere. Il mio legale, Ira, era solito inviarmeli
via Western Union a Cordoba e Suipacha. La corsa in taxi fino a lì era sempre un incubo. Prima di tutto
faceva caldo, molto caldo. E poi il tassista finiva sempre con il chiacchierare in spagnolo senza
fermarsi mai e sempre a proposito dei Ramones. Non riuscivo a capire una parola. Ogni tanto bisbigliavo
un "sì". Oltretutto la sua testa si girava sempre verso di me, e non teneva mai gli occhi sulla strada.
Così io assumevo un'aria terrorizzata fissando la strada fuori dal finestrino e sperando che ce l'avremmo
fatta a passare indenni senza incidenti. (...)
Lungo la strada c'erano sempre blocchi della polizia. Una volta arrivati alla Western Union, entrai dentro
e ne uscii con sei banconote da 100 pesos. (...) Avrei dovuto essere contento, ma non riuscivo mai
a trovare pace. Mentre andavamo in macchina, dalla radio arrivò la notizia che i Ramones avrebbero suonato
il loro ultimo show a Buenos Aires il 16 marzo. E anche Iggy era in cartellone. C'è sempre qualcosa che
rovina tutto. Era la stazione Rock and Pop e trasmetteva no-stop la pubblicità del concerto dei Ramones
e di Iggy.
Quindi ci fu un annuncio che anche gli Attack 77 erano stati aggiunti al programma. Che schifo. Non
avevo voglia di vedere gli Attack 77 o la stupida faccia di Iggy e nemmeno le stupide facce di Joey, Johnny
e Marky. (...)
Sembrava ovvio che per qualcuno io sarei stato obbligato a partecipare a quell'ultimo show. Tutti quanti
nel quartiere cominciarono ad appestarmi per avere i biglietti. Una volta dovetti prendere la chitarra e
mettermi in strada a suonare qualche canzone dei Ramones per calmare la gente. Era orribile per me. Ero
veramente demoralizzato. Dal momento in cui i Ramones atterrarono al Buenos Aires International per il
loro ultimo show di sempre, io avrei voluto essere morto. Finii con il promettere ad un po' di persone
che avrei cercato di avere dei biglietti. Chiamai Rock and Pop, il promoter locale, nove volte e parlai
con diverse persone. Non mi promisero nulla, eccetto che mi avrebbero richiamato, ma non lo fecero, così
pensavo che alla fine non ci sarei andato al concerto. (...)
Ad ogni modo, pensavo che sarebbe stato troppo demoralizzante vedere i fan di Dee Dee Ramone sputare a
CJ invece che a me, e vedere il pubblico cercare di mettere in difficoltà Johnny Ramone, cercando di farlo sbagliare
e di renderlo ancora più arrabbiato.
Intorno al concerto si sviluppò un alone di rivolta, soprattutto quando il promoter ignorò un concorso
per la vincita dei biglietti. Nessuno dei vincitori ebbe il suo biglietto, nonostante avessero fatto
una lunga fila per averlo. (...)
Io vidi tutto. Ero stato alla Western Union per prendere un po' di soldi e stavo andando al Dunkin' Donuts store per
comprare sei biglietti per le sorelle di Barbara, Sofia e Rocio, e i loro amici. Il fatto di dover
comprare sei biglietti per un concerto dei Ramones mi faceva divertire, non sapevo che al palazzo a fianco c'era stato
questo concorso per i biglietti e i relativi disordini. Quando arrivò la polizia, tutte le finestre del
negozio erano rotte. Della rivolta parlò anche Mtv.
Quindi mi chiamò Monte. E dopo dovetti parlare per telefono con Johnny Ramone.
"Non so proprio come siamo sopravvissuti al Metallica tour, Dee Dee", mi disse. "Sono mezzo impazzito.
Sono tutti mezzi andati. Arturo è stato anche arrestato per non so cosa prima di partire per il Brasile.
E' stato un incubo. Mi farebbe piacere se tu venissi allo show. Saremmo contenti di vederti".
"Ok", dissi. Malgrado i miei problemi, ero dispiaciuto per Johnny e gli altri Ramones.
Arrivai al loro hotel alle 5 del pomeriggio, l'ora in cui Monte aveva fissato un appuntamento con me. Io
e la band avremmo dovuto suonare "53rd & 3rd" insieme al concerto. Dovevamo provarla al sound-check e poi
andare a cena ed uscire.
Sembrava una cosa carina. Quello che nessuno di loro sapeva era che negli ultimi due giorni io avevo cercato
di andare all'Ambasciata americana per ottenere un visto per Barbara, in modo da poterla portare a New York.
(...)
Sia io che mia madre possedevamo una malefica tedesca arte d'arrangiarsi, credetemi non è stato mio padre che
mi ha insegnato a combattere. Ero così a terra che la chiamai: "Mamma, cosa dovrei fare?"
"Vai lì, combatti e strilla, questo è quello che feci io all'Ambasciata in Florida, Dee Dee. Solo così
mi hanno prestato attenzione e ce l'ho fatta".
Così è quello che feci. Il gioron del concerto dei Ramones andai all'Ambasciata di prima mattina. Era già
affollata. Camminai su e giù per il corridoio un po' di volte, ero molto nervoso. Andai dritto verso un
poliziotto che era a guardia di un'entrata che sembrava quella di un bunker.
"Voglio entrare per avere un visto", dissi.
Quando fui al secondo cancello elettronico, cercai di allungare loro 300 pesos, ma non accettarono.
"Non facciamo più cose del genere, signore", mi dissero.
Fu così che per ottenere il visto bastò urlare un po', come mi aveva detto di fare mia madre. Avrei dovuto dare una
festa per celebrare, ma il taxi doveva lasciarmi all'Hotel Hyatt per incontrare i Ramones. Per colpa della
folla, il tassista non volle fermarsi, così saltai al volo fuori dall'auto. (...)
L'hotel era circondato da un cordone di sicurezza. C'era polizia dappertutto, fans ovunque. I promoter erano
fuori dell'hotel. Mi videro e mi lanciarono una brutta occhiata. Io cercai di attirare la loro attenzione.
"Sono Dee Dee!", gridai. "Sono io".
Tutti i fans dei Ramones mi riconobbero e cominciarono a gridare "E' Dee Dee! Lasciatelo entrare", ma
poi mi spingevano indietro.
La poliziai mi guardava con odio. Io notai Marky e cercai di attirare la sua attenzione. "Marky, aiutami!",
gridai.
Fece finta di non vedermi. Si nascondeva dietro quegli occhiali da sole alla Elvis. Con la sua parrucca
nera, il chiodo addosso e la sua bianca pallida pelle era talmente nella parte di Marky Ramone da sembrare
irreale.(...)
In qualche modo riuscii a trascinarmi insieme a Barbara al di là delle guardie e quando finalmente
riuscii ad entrare nell'hotel ero veramente incazzato.
Marky fu la prima persona che vidi.
"Ti odio", gridai. "Mi hai visto e non mi hai fatto entrare".
"Non è vero, non ti ho visto. Dee Dee, bunny chicken, dammi un bacio. Ti vogliamo bene".
Che schifo, pensai.
Monte era lì e sembrava davvero stravolto. Ero triste a vederlo così. Marc cercava di sorridere. Era
quel tipo di falso sorriso che si impara a fare ad Hollywood e che mi faceva ancora più impazzire
guardando la faccia da pazzo di Marc. (...)
Vidi Johnny Ramone e fui quasi per andarmene. Qui la cosa è seria, pensai. Sembrava davvero incattivito,
era orribile. (....) Io e Barbara finimmo col cenare con loro nella sala dell'hotel e un po' di privilegiati
fans dei Ramones si avvicinarono a darmi fastidio mentre cercavo di mangiare e di parlare con un preoccupato
Joey.(...)
Dopo la cena andai al soundcheck nel van insieme al promoter e al resto delle band, eccetto Johnny Ramone
che era troppo un miserabile per stare con Joey e Marc, così venne da solo in macchina insieme ad Eddie
Vedder e i suoi amici.
Quando arrivarono allo stadio dove avrebbero suonato davanti a 90.000 persone, tutto era pronto per loro.
Presero posizione e cominciarono a suonare. Il gruppo poteva impressionare gli altri, non me. Erano bravi, ma
avevano perso la loro freschezza. Johnny Ramone sembrava più un giocatore di tennis che un chitarrista.
Alla fine non rimasi per lo show. Non avevo esattamente ricevuto un trattamento reale da parte dei
Ramones, dei loro fans e di Rock and Pop. Avevo cercato di fare buon viso a cattivo gioco, ma non aveva
funzionato. Andassero affanculo, pensai. Mentre tornavamo all'hotel, aprii la porta del van appena ci
fermammo ad un semaforo rosso. Saltai giù, presi un taxi e prima che qualcuno si potesse rendere conto di ciò che era
successo, ero tornato a Banfield, a casa della nonna di Barbara. Le sue sorelle, Sofia e Rocio, stavano
litigando su chi sarebbe dovuto andare con chi con quei quattro biglietti che avevo dato loro, e così regalai anche
i due biglietti che mi aveva dato Rock and Pop per riportare la pace. Così non andai allo show, me
ne rimasi in cucina ad ascoltarlo alla radio, tamburellando nervosamente le dita sul tavolo ricoperto di
linoleum.
Sentivo che non c'erano scuse per il modo in cui ero stato trattato. Era abbastanza sconsiderato chiedermi
di andare allo show per suonare una canzone con loro, fissare un appuntamento e non prendersi nessuna
responsabilità per quello che succedeva fuori dall'hotel quando avrei dovuto incontrarli.(...)
Una storia dei Ramone non può avere un lieto fine. Sono lieto che sia finita, anche se in parte è stato divertente.
Non penso davvero che i Ramones dovrebbero tornare a suonare insieme. (...) Auguro a tutti nella band
la miglior fortuna. Perchè le nostre relazioni si sono ormai danneggiate. Ci siamo fatti del male
a vicenda. Il mio libro racconta la storia, una delle storie e sono contento di averla raccontata.
EPILOGO
Il 6 agosto del 1996, Dee Dee Ramone salì sul palco un'ultima volta con i Ramones, a Los Angeles
e quello fu davvero l'ultimo concerto delle band che aveva contribuito a formare nel 1974.
L'epilogo scritto da Veronica Kaufman per questo libro non aveva molto più senso, per cui preferisco concludere
con le parole scritte da Dee Dee per l'ultimo numero della sua fanzine, "Takin' Dope", uscita nei primi
mesi del 2002. Una specie di autointervista, in cui una delle domande era: Dee Dee, ma tu li odi Johnny e
Marky Ramone?
"Ho avuto i miei giorni buoni e quelli cattivi. Ho incontrato Johnny Ramone l'altro giorno per caso in
un negozio di dischi di Los Angeles. Stavamo tutti e due a caccia di dischi e nessuno di noi ha creato
motivi di tensione. Ci siamo accordati per incontrarci la prossima primavera a New York al Rock'n'Roll Hall
of Fame Award per il quale sono stati votati i Ramones. E' davvero bello per me, ed è stato divertente
rivedere Johnny Ramone. Marky Ramone mi ha chiamato quando i Misfits hanno suonato a Los Angeles. E' stato
divertente rivedere anche lui. Sono andato allo show al Key Club. Marky sembrava sempre così Ramone, il taglio
di capelli, il chiodo, le Chucks, era meraviglioso. Adesso suona la batteria per i Misfits. Lo show
è stato grande e la gente li ha adorati. Mi hanno fatto anche salire sul palco a cantare qualche pezzo
dei Ramones. Sono andato ad entrambi gli show ed erano esauriti. (...)
Mi manca un sacco Joey. Marky (il bravo coniglietto) e Johnny (il campione) sono troppo adorabili per
essere odiati. Ed è così strano che i Ramones siano ancora così popolari".
Il 19 marzo del 2002 i Ramones si sono ritrovati insieme a ritirare il premio per l'ingresso dei Ramones, prima
punk band, nella Rock'n'Roll Hall of Fame.
Dee Dee Ramone, alias Douglas Colvin, è stato ritrovato morto nella sua casa di Los Angeles dalla moglie
Barbara Zampini il 5 giugno 2002. Accanto a lui le inequivocabili tracce di un'ultima dose di eroina.
Fine